Enzo Sacchini

Ligonchio,  “Il rifugio dell’aquila”

Mi aveva chiesto se preferivo incontrarlo a Reggio ma io ho insistito per andare a parlargli lassù a Ligonchio, “nel suo rifugio” nel suo nuovo rifugio. Preferisco parlargli qui.

Arriviamo al villaggio Il rifugio dell’aquila in un pomeriggio di un giorno qualunque (Mercoledì) di un mese qualunque (Marzo) : un giorno “morto” si dice agli altri e a se stessi in questi casi, quasi per esorcizzare la delusione che ci coglie per la solitudine  che in genere si avverte in molti luoghi dell’Appennino, in molti mesi dell’anno: del resto fuori c’è vento da giorni e da giorni ci accompagna una pioggia grigia e sottile e qua e là rimangono ancora tracce di neve. Bianca. Però pulita. Il turismo invernale non c’è più, quello estivo non c’è ancora, la primavera è ancora troppo lontana, non c’è alcun sentore nell’aria.

L’incontro però ci riserva molte sorprese: il rifugio dell’aquila è in realtà un grazioso villaggio fatto di tante casette in legno, piccoli chalet dalle pareti chiare, quasi dorate, disposte intorno a due edifici più grandi (un ristorante e una sala convegni) uno dei quali ci accoglie all’arrivo sul piazzale, con le sue belle porte di vetro e legno e il suo nome tutto montanaro:  è il ristorante dei  “groppi” e i groppi sono i dirupi aspri e rocciosi che formano le pareti a picco di molte gole dell’Appennino. La sala è grande, molto grande, piena di luce  e di paesaggio: le pareti con ampie vetrate  si aprono su una “terrazza” che guarda il grande lago della centrale, l’ultimo quieto riposo delle acque dell’Ozola.

La struttura è elegante moderna e sobria, il colore naturale di abete chiaro disegna lo spazio, grandi assi di castagno formano i tavoloni, tronchi di alberi secolari sostengono gli arredi, fanno da cornice agli specchi o diventano il telaio dei tessuti grezzi dei cuscini. Ma il banco della reception è elegante e leggero frutto di un  design ricercato. E soprattutto queste pareti che ci sono e non ci sono, perché sono trasparenti e ci sembra di essere sospesi nel cielo, davanti alla montagna, alla “presa alta”, ma anche vicinissimi all’acqua del bacino che si increspa al brivido leggero del  vento. La forza della natura e dell’acqua da un lato e la mano dell’uomo dall’altro in quelle condutture che tagliano la montagna e nelle turbine della centrale che rombano chiuse nell’edificio elegante di un novecento ancora liberty che fino a qualche tempo fa era la centrale idroelettrica dell’ENEL che forniva energia a tutto l’Appennino, e oggi  ospita l’atelier dell’acqua e dell’energia.

… poi ho incontrato il Parco

 

Enzo Sacchini mi raggiunge quasi subito: un abbigliamento sportivo (ma non ricercato),  un fare che vorrebbe essere ruvido e invece esprime cordialità e confidenza. Ci sediamo ad un tavolo, e gli chiedo di raccontarmi qualcosa di lui, della sua vita di prima e di adesso, delle ragioni delle sue scelte di oggi.

62 anni, una vita da imprenditore da sempre, una grande casa con un frutteto immenso alle porte di Reggio: sei anni al CCPL di Reggio, due aziende fondate e condotte con successo a Bagnolo, una che produce involucri di plastica, l’altra che fabbrica dischi abrasivi. Un primo investimento di un grande albergo, all’isola d’Elba e ora “il ritorno” a Ligonchio, il paese dove è nato con questo nuovo grande progetto. Avrebbe potuto investire altrove (per esempio in un altro albergo accanto all’altro all’Elba) invece ha scelto questo luogo, tutto sommato appartato e marginale dell’Appennino reggiano. Gli chiedo il motivo.

Sono nato qua – risponde – e questo spiega molte cose; e poi questo territorio era bello poco sfruttato, vergine, era come essere all’anno zero. C’era tanto da fare… la sfida era molto più interessante. L’Elba è chiusa, si soffre di isolamento (è un’isola dico io)  questo invece è un territorio aperto, la gente viene, da vicino e da lontano …  avevo parlato di questo progetto già tre anni fa col sindaco Franchi, l’ho coltivato nel tempo, mi guardavo intorno ma il pensiero tornava qui. Così abbiamo fatto il grande passo tutti insieme, tutti d’accordo in famiglia. Mi sono aggiudicato l’area con un’asta pubblica, dice non senza orgoglio … poi abbiamo incrociato il Parco che è stato un partner importante. Ha messo in valore il territorio, ha portato la scuola di Reggio Children negli ambienti della centrale, ha portato giovani, educatori, insegnanti da tutto il mondo, ha portato una delle sue sedi, ha investito sull’ambiente e ha fatto crescere le persone; un investimento pubblico con obiettivi identici ai nostri, il Parco ha fatto la sua parte e noi la nostra.

Cercando le radici ma guardando al futuro

 

Un’infanzia trascorsa qui a Ligonchio fino a quindici anni poi il collegio a Carrara – come succedeva per molti – gli studi superiori a Reggio, un diploma di perito tecnico, un nonno che aveva lavorato in centrale quando la centrale dava lavoro a un centinaio di persone. Un padre emigrato dall’Appennino che aveva lavorato in Africa e in Inghilterra e parlava inglese.

Per tanti anni non ero tornato a Ligonchio – ammette -  o venivo molto raramente,  fino a tre anni fa quando ho fatto la grande scelta seguendo il richiamo degli affetti – diciamo – , andando a cercare le radici ma anche guardando al futuro. E mi racconta nei dettagli  … trenta chalet dotati di ogni confort, cento posti letto, teleriscaldamento, ogni stanza dotata di un ampio televisore, di un frigo bar, di una cassaforte – perché in vacanza bisogna stare bene come a casa -, centottanta posti al ristorante e da qualche mese il centro benessere con sauna, idromassaggio e piscina, come un callidarium da cui guardare l’Appennino e un solarium con vista Casarola anche nel cuore dell’inverno.

Perché accade spesso per chi torna a casa, che si torni col cuore di un tempo, ancora  capace di commuoversi, ma anche con la mente di oggi che ha imparato a guardare in grande. E lontano.

Anche per Enzo Sacchini è andata così: la sua è veramente una impresa familiare, una figlia architetto che ha progettato ogni cosa del rifugio dell’aquila, e ora cura la comunicazione, la promozione del villaggio e fa l’istruttore di sci alpinistico e la guida e già arrivano i primi successi: centinaia di persone per la cena del GRADE, la gara automobilistica di Canossa, che passa da qui ed è la più importante dopo la “Mille miglia”. Lui ha investito soprattutto sui figli, ci sono, ma mi faccio da parte, adesso tocca a loro.

Intanto mentre parliamo squilla più volte il telefono: sono i soci dell’UISP del Veneto che sono stati ospiti del rifugio e vogliono tornare per un soggiorno. È la segreteria del Politecnico di Milano che vuole portare qui gli studenti di architettura per alcuni giorni a studiare i bivacchi dell’Appennino …  alcuni ragazzi entrano con i loro zaini e scendono in piscina; un giovane uomo entra e saluta Enzo come se fosse di casa: è Silvano Scaruffi che abita stabilmente in una delle casette. Cittadino di Ligonchio ma anche del rifugio dell’aquila che ha trovato qui un nuovo paese da abitare mentre custodisce la centrale e scrive libri in dialetto. C’è un progetto e una speranza in questo nome evocativo che sa di luogo sicure e protetto che invita a guardare in alto, verso le aquile che da qualche tempo sono tornate a volare nei cieli dell’Appennino: anche loro come Enzo sono tornate a casa.