Da Melbourne a Ramiseto: un filo che non si spezza per Dante e Triestina.

Dante e Triestina non hanno mai perso il legame con l’Appennino.

Sono tanti coloro che hanno le proprie radici familiari nei borghi del nostro Appennino ma vivono in ogni angolo del mondo, senza che la lontananza riesca a far diminuire l’attaccamento per questo territorio. Questa è una di quelle storie: la storia di Dante Ugazio e di sua madre Triestina Piazzi, che dall’Australia non hanno mai smesso di tornare da familiari ed amici tra Ligonchio e Ramiseto.

Triestina è nata a Bora di Ramiseto, il cognome Piazzi è tipico di quella borgata, ma una parte della sua famiglia è ligonchiese, Scaruffi; ed è stato proprio a Ligonchio che giovanissima ha conosciuto suo marito, Guerrino Ugazio: era la festa di San Rocco e anche Guerrino era tornato al paese per la festa del Patrono da Genova, dove viveva con i genitori. Aveva chiesto un permesso perché era in Marina, sua madre Elvira era andata a Genova da ragazza, per fare la donna di servizio e poi si era sposata là.

Arrivò la guerra, anni difficili, che Triestina oggi racconta con grande naturalezza, ma se si riflette, questa vicenda che sembra un davvero racconto, deve essere stata molto difficile da vivere. Guerrino e Triestina infatti si sposarono, proprio in tempo di guerra, e arrivò anche il prmo figlio; poi fecero una scelta, quella di diventare Partigiani, tutti e due: lui iniziò la vita in clandestinità, sui monti con i compagni, lei invece rimase in paese per dare il suo contributo in modo diverso.

Il padre di Triestina infatti era Guardia Forestale a Ramiseto ed era fascista, lei quindi godeva di un permesso per viaggiare indisturbata in tutta la provincia, ed oltre e decise di sfruttare la credibilità della sua famiglia agli occhi delle autorità e questo “salvacondotto” per aiutare la Resistenza, diventando una “staffetta” e portando le informazioni ai vari gruppi partigiani dislocati tra il reggiano ed il modenese, camminando su e giù tra montagna e pianura, in tutta l’Emilia, con il bambino piccolo che l’aspettava a casa.

In questi viaggi, Triestina portava con sé anche altre donne, si recavano a Reggio anche per fare provviste tutti insieme, dato che in montagna i viveri scarseggiavano, ci volevano due giorni per andare e due per tornare, dormendo per strada, ma era l’unico modo per avere del cibo per le famiglie al paese.

Poi arrivarono i Tedeschi a Ligonchio, fecero un rastrellamento e Triestina che si trovava lì in casa del marito scappò, insieme a quasi tutti i compaesani, alla Presa Alta con il suo bambino in braccio, ma là non poteva stare per molto tempo, con un neonato, così dopo un po’ di tempo si fece coraggio e tornò in paese. Rientrando però, trovò i soldati tedeschi che facevano una perquisizione proprio in casa sua e non fece in tempo a nascondersi, oltretutto, proprio nella culla suo marito aveva nascosto una pistola. Fu solo grazie ad una donna tedesca che viveva in paese e che era sposata con una Guardia Forestale che Triestina ed il bambino si salvarono: la donna infatti si fece avanti con i soldati, dcendo che Triestina era appena arrivata da La Spezia, dove viveva e che non era a conoscenza del fatto che i Partigiani avessero usato la sua casa mentre non c’era.

Ma il momento più difficile per la giovane famiglia doveva ancora arrivare, infatti Guerrino venne catturato sul Ventasso con alcuni compagni e portato in prigione a rischio di morte in ogni momento, fu così che i Partigiani presero la famiglia di un rappresentante del governo fascista e chiesero di scambiare questi ostaggi con Guerrino Ugazio e i suoi compagni. Fu proprio Triestina che dovette consegnare la lettera con la richiesta dello scambio a Reggio Emilia al comando provinciale. Fortunatamente, lo scambio venne accettato, si svolse sul fiume Secchia e non vi fu spargimento di sangue, ognuno potè riabbracciare i propri cari.

La guerrà finalmente finì, Triestina e Guerrino si trasferirono di nuovo a La Spezia dove lui trovò un impiego all’Oto Melara, tornando dai familiari ogni volta che potevano, ma la vita non divenne mlto più facile, perché Guerrino era un attivista politico di estrema sinistra e parteciò all’occupazione della fabbrica. Finì così nelle “liste nere” come reazionario e non riuscì più a trovare lavoro.

Fu così che la famiglia Ugazio lasciò l’Italia per trasferirsi a lavorare per una compagnia etrolifera in Arabia, poi a Tripoli per cinque anni, poi a Melbourne in Australia con i tre figli che nel frattempo erano nati e che hanno avuto la possibilità di studiare e di realizzarsi. La famiglia infatti non si è più spostata, anche se sono stati frequenti i ritorni in Italia…come quello degli scorsi mesi di agosto e settembre in cui Triestina è tornata, come dice lei: “per accompagnare mio figlio Dante a vedere come va in paese”. Dante è un ingegnere chimico, appena andato in pensione, che ha gestito con uno dei suoi fratelli un’azienda nel campo del riscaldamento e dei riscaldamenti ambientali. La famiglia di Triestina in Australia oggi è numerosa, tra figli, nipoti e pronipoti, tutti cresciuti con i racconti dell’Appenino anche se l’ultima generazione sta perdendo l’uso dell’italiano, ma ognuno di loro ama tornare e mantenere i rapporti con familiari e compaesani.

Durante le settimane che hanno trascorso a Ramiseto, non è mancata nemmeno l’occasione per consegnare ai nostri due “australiani”, come li chiamano in paese, il riconoscimento simbolico della “Cittadinanza Affettiva” che viene riconosciuta agli emigrati che hanno lasciato il nostro territorio, ma mantengono il forte legame con il paese d’origine, nell’ambito del progetto Parco nel mondo del Parco Nazionale dell’Appennio tosco emiliano.Un momento che ha commosso soprattutto Triestina, che raccontando la sua storia ha a sua volta toccato gli animi di tutti i presenti.